Essere mamme al tempo della crsiLa questione non è nuova. Spesso però finisce nel dimenticatoio per esser subito ripresa alla luce di qualche nuova analisi che, come sempre accade, rimette in primo piano ciò che era stato accantonato. Così anche per il rapporto di “Save the Children” presentato l’altro ieri al Senato alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, e della vicepresidente dell’aula parlamentare, Emma Bonino, dal titolo “Mamme nella crisi”.

E se per le donne, più in generale, è difficile trovare occupazione in tempi “normali”, figuriamoci in questi in cui i posti di lavoro, vecchi e nuovi, scarseggiano fissando, di volta in volta, nuovi “record”.

Il rapporto di Save the Children dice che il 35,6% delle donne tra i 25 e i 34 anni nel 2010 e il 36,4% nel 2011 è inattiva; dei 3milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4%, vive ancora con i genitori. Se non si hanno figli qualche speranza occupazionale c’è ma le possibilità di lavorare scendono vertiginosamente se si è mamme di un figlio e, ancor di più, se questi sono due o addirittura tre.

Tuttavia, il dato davvero allarmante, anche questo noto ma periodicamente sottaciuto, vero problema di civiltà, riguarda le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per “costrizione” (il fenomeno/meccanismo delle dimissioni in bianco): erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009, diventando l’8,7%. In soli due anni, tra il 2008 e il 2009, sono state 800mila le mamme licenziate o “spinte” alle dimissioni.

Nella civilissima Italia, accadono ancora cosa del genere e, soprattutto, con poche speranze di poter intervenire sul tristissimo fenomeno appena descritto. Una sorta di resa, pare che lo stesso ministro abbia usato toni arrendevoli, per non esser nelle condizioni di debellare assunzioni in bianco o discriminatorie nei confronti delle donne.

A ciò occorre aggiungere l’arretratezza dei servizi offerti alle famiglie: nido e servizi all’infanzia più in generale. Ancora troppo pochi, ancora ben lontani dagli obiettivi di progetti sulla conciliazione tempi-lavoro, dove pur vengono investiti diversi soldini.

In ogni caso, come sempre quando si tratta di aspetti intimamente legati alla civiltà di un Paese, prima di ogni intervento pubblico o privato, è dalla persona che occorre partire: da ogni datore di lavoro che seleziona personale per la propria azienda, considerandola autenticamente risorsa, in tutte le sue sfaccettature. L’aspetto della maternità, per la sua naturalità, non può e non deve costituire un problema. A maggior ragione di tipo economico: anche in questo tempo di crisi.

Prima dei costi la persona.