Felici al lavoro, si puòSulla scia di quanto già scritto sullo stress nei luoghi di lavoro (Lavorare stressa. Ne soffre il 21% dei lavoratori!) e mantenendo invariate le stesse premesse, (Dire che il lavoro stanca e stressa, in questi tempi di elevata disoccupazione, non vuole essere una presa in giro né, tantomeno, prendersi gioco di chi, lottando, fa di tutto per conservare un’occupazione per quanto stressante e logorante possa essere) la riflessione di oggi si sposta sul tema della felicità. Quella derivante dal lavoro svolto: qualsiasi lavoro, con qualsiasi mansione. Tutti, indistintamente, possono essere causa di felicità.

Non è una battuta di spirito. Vivere la quotidianità del proprio lavoro come costrizione, si lavora per vivere o si vive per lavorare (?), è davvero poco appagante e non gratifica nemmeno il (possibile) maggior compenso economico. Sostanzialmente si è insoddisfatti e, per quel che più conta, non ci si diverte con le inevitabili conseguenze sul piano dell’autostima, delle motivazioni, della produttività. E, se non si è a capo dell’organizzazione, c’è anche il rischio di perdere il posto di lavoro!

Per dare allora un senso alla nostra, quotidiana, attività lavorativa, poiché un’azione svolta senza un senso non ha ragione di essere, eccoti cinque aree di indagine per una buona gestione della vita lavorativa che, il riferimento è allo psicologo Abraham Maslow (sua la scala dei bisogni), possa anche renderci migliori come persone.

 

Innanzitutto l’ambiente lavorativo, quello che chiamiamo clima aziendale: qual è la qualità delle relazioni vissute al suo interno? Tra colleghi c’è cooperazione o competizione? L’una non esclude l’altra, tuttavia c’è da chiedersi qual è l’atteggiamento prevalente, iniziando dal tuo. Chiediti cosa puoi e riesci a fare per migliorare le relazioni e agisci.

 

Seconda area: cosa cerchi dal tuo lavoro? Riesci ad esprimere sempre i tuoi bisogni o li soffochi per paure, pregiudizi, condizionamenti? Negarli vuol dire non dare valore ai tuoi obiettivi: niente di più frustrante. Si tratta di importeli, esprimerli e, anche in questo caso, agire quotidianamente nel raggiungimento degli stessi. Uno per volta.

 

Fai sempre le stesse cose? Non senti (il verbo “sentire” fa riferimento alle tue emozioni) valorizzate le tue competenze? Riesci a valorizzare il vissuto di ogni giorno e a trarne nuovi significati? Sviluppare nuove competenze, raggiungere risultati (magari gli stessi) con modalità operative diverse accresce la creatività ed è fonte di immensa soddisfazione. In quali aree intendi migliorarti? Facendo cosa? In quanto tempo? Costruisci una Rosa delle competenze o un Bilancio delle Competenze (se hai la prospettiva di cambiare lavoro).

 

Quarta area: sono chiare le tue aspettative? Sono soddisfatte o tendi a reprimerle? Il tempo e i “sacrifici” spesi in azienda sono ricompensati, e non intendo solo in termini di remunerazione economica. Sono condivise con i tuoi superiori o con i tuoi collaboratori? Chiediti, autovalutandoti, se puoi fare di più e in quali campi o con quale tempo, o se il tuo potenziale è tutto espresso. Ancora una volta, agisci. Magari alla luce di un Piano d’Azione Individuale.

 

Infine, valuta se vivi per lavorare. Se il lavoro è per te l’unico serio impegno che occupa gran parte del tuo tempo e, quindi, della tua vita. E i tuoi affetti? I tuoi hobbies? Se li sottrai al tuo tempo, e magari sei insoddisfatto della vita condotta sul luogo di lavoro, perdi più di un’opportunità per ricaricarti. Chi sono i “ladri” del tuo tempo? Qual è il piano della tua giornata? Se si rendesse necessario esplicarlo ancora una volta, l’invito è agire in modo da modificare ciò che non va. Il troppo storpia!

 

Un ultimo consiglio. Per ogni area, o tutte nel loro insieme, se non riesci da solo chiedi aiuto. Il carico di lavoro, questa volta quello che fa riferimento alla tua persona, sarà più leggero.