In gergo viene chiamato debunk e significa letteralmente “smontare un’affermazione sulla base di presupposti scientifici“. Negli ultimi giorni questo termine è diventato quasi di uso comune in riferimento alle decine di bufale condivise in rete e alla necessità di smascherarle per avere un’informazione corretta. 

Le elezioni americane hanno portato il dibattito sulle fake news ad un livello superiore, costringendo addirittura Facebook a cercare delle contromisure per limitare la condivisione delle notizie false. Secondo molti analisti, infatti, Donald Trump sarebbe stato avvantaggiato anche dalla diffusione di bufale su Hillary Clinton ed in generale di notizie – non vere – favorevoli al candidato repubblicano.
Buzzfeed ha addirittura individuato più di 100 bufale pro-Trump, tutte realizzate in una piccola città della Macedonia. Solo a Veles (località macedone di 45.000 abitanti) – riporta Buzzfeed – sono stati creati più di 140 siti sulla politica americana e grazie alla condivisione su Facebook di bufale a favore di Trump, i creatori di questi siti sono riusciti a guadagnare migliaia di dollari.
L’algoritmo di Facebook consente infatti la diffusione capillare di news senza verificare le eventuali implicazioni politiche e soprattutto senza effettuare alcuna operazione di fact-checking. Basti pensare che la notizia (falsa) della colpevolezza di Hillary Clinton in relazione al celebre scandalo delle email ha ottenuto oltre 140mila reazioni tra condivisioni, like e commenti.

Un problema, quello della diffusione delle bufale, più che mai presente in Italia. Nei giorni scorsi il portale Liberogiornale.com ha diffuso una vecchia bufale-debunkingdichiarazione del nuovo Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni. Secondo il sito web, Gentiloni in passato avrebbe invitato gli italiani a fare sacrifici e a smetterla di lamentarsi. Parole mai pronunciate, ma, nonostante questo, condivise da migliaia di utenti su Facebook.
Oggi Paolo Attivissimo ha fatto chiarezza sul suo blog svelando l’identità di chi sta dietro ad alcuni siti di bufale che imperversano sul web italiano. Vengono riportati i casi di portali come per l’appunto Liberogiornale.com, ma anche News24tg.com, Ilfattoquotidaino.com e la Gazzettadellasera.com.
Tutti i  siti citati si rivolgono ad un’unica fonte per i banner pubblicitari, ovvero Edinet, un gruppo editoriale con sede a Sofia e gestito da un italiano: Matteo Ricci Mingani. Ascoltato da Riccardo Luna per Agi, Ricci Mingani ha però smentito di essere il creatore delle fake news, sostenendo, invece, di fornire a questi siti solamente i server per gestire la mole di utenti che quotidianamente visitano questi portali.

Al di là della questione di merito, è forse arrivato il momento di porre un limite ai guadagni facili nel mercato dei media online e di applicare una sorte di codice etico nell’utilizzo dei social network. Siamo di fronte ad un settore quasi privo di regole, dove la ricerca del click per aumentare gli introiti pubblicitari è diventata ossessiva, sancendo di fatto la fine del giornalismo come ricerca della verità.
I primi a porre dei rimedi dovranno essere i social network stessi. Proprio ieri Facebook ha annunciato l’implementazione di alcuni strumenti per combattere le bufale.
Gli utenti potranno segnalare una notizia, mettendone in discussione la veridicità. Una squadra di fact-checker avrà il compito di verificare il suo contenuto e stabilire se si tratti o meno di una bufala. Qualora venga accertata la sua falsità, la fake news verrà declassata nella news feed di Facebook e contrassegnata come “contestata” con annesso un link ad un articolo che spiegherà perché si tratta di una bufala.
Lo strumento messo a punto da Facebook consentirà certamente di contrastare questo fenomeno, ma non potrà comunque impedire la diffusione di notizie false. Qui subentra lo spirito critico degli utenti…