Sono oltre 700 gli emendamenti presentati sulla legge delega di riforma del Terzo Settore.
Una quantità enorme di proposte che rischia di allungare ulteriormente i tempi di approvazione.

Sono ormai nove mesi che il provvedimento è fermo nella commissione Affari costituzionali del Senato e si fa fatica a riforma terzo settoremettere d’accordo le parti sui connotati che deve avere il testo definitivo.
Il decreto legislativo di riforma del Terzo Settore interessa migliaia di attori che agiscono quotidianamente a sostegno delle persone svantaggiate ed implementano progetti e tecniche di innovazione sociale.

Sono diversi i punti critici della legge delega che le organizzazioni di rappresentanza stanno cercando di far venire a galla. Anche alla luce dei diversi scandali che hanno colpito il mondo del non profit, è quanto mai importante approvare un disegno di legge che contrasti le pratiche illegali.
Uno degli elementi oggetto di discussione riguarda i settori di competenza delle imprese sociali.
In un primo momento la legge delega aveva esteso gli ambiti a quello del commercio equo e solidale, dei servizi per il lavoro finalizzati all’inserimento dei lavoratori svantaggiati, dell’alloggio sociale e dell’erogazione del microcredito.
Un emendamento proposto di recente prevede, invece, che siano i decreti attuativi del Governo a definire i confini dell’attività delle organizzazioni del Terzo Settore, annullando di fatto il lavoro di concertazione effettuato in questi mesi.
Anche in materia di vigilanza e controllo viene demandato ad un decreto successivo dell’esecutivo di stabilire le modalità di controllo dell’attività svolta dalle imprese sociali.

La riforma prevede, inoltre, la creazione del Consiglio nazionale del terzo settore, ovvero un organismo unitario di consultazione degli enti chiamato anche a scrivere le linee guida sulla valutazione dell’impatto sociale delle attività delle organizzazioni non profit.
Si tratta, in via definitiva, di un organo di carattere istituzionale che dovrebbe avere compiti di rappresentanza, depotenziando di fatto le associazioni di categoria.
Una delle novità più importanti, infine, riguarda la destinazione degli utili. Viene ripristinato, infatti, l’obbligo per le imprese sociali di “destinare i propri utili prioritariamente allo svolgimento delle attività statutarie” oltre ad “adottare modalità di gestione responsabili e trasparenti” e “favorire il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività”.
In questo modo si valorizza la peculiarità dell’impresa sociale, in quanto ente nato con fini prevalentemente mutualistici.
L’intento del Governo è approvare la riforma entro il 2016, anche se la strada verso un provvedimento ampiamente condiviso pare ancora lontana.