Inizia finalmente la ripresa nelle regioni meridionali dopo una crisi profonda che eroso i livelli occupazionali e fatto sprofondare i principali indicatori relativi a Pil, investimenti e consumi. 

Lo rivela l’edizione 2016 del Rapporto Svimez, presentato oggi a Roma. Nel 2015, in base alle elaborazioni di Svimez, il Pil del Mezzogiorno è cresciuto dell’1%, recuperando parzialmente la caduta dell’anno precedente (-1,2%) e mostrando una crescita maggiore rispetto al resto del Paese (+0,7%).
La strada per tornare ai livelli pre-crisi è però lunghissima. Dal 2007 in avanti, infatti, il Pil meridionale ha perso addirittura dodici punti percentuali contro il -7% del resto d’Italia. Il Sud deve fronteggiare un gap enorme nel confronto con il resto d’Europa. C’è un dato più di tutti gli altri che spiega il rendimento economico del Meridione negli ultimi anni: dal 1996 al 2015 il gap cumulato nella crescita con la media dell’Unione Europea è stato pari a 29 punti percentuali. La differenza con la Spagna, per citare un paese con caratteristiche e problemi simili al Mezzogiorno, è addirittura del 50%.

Ad ogni modo, vanno sottolineato i primi segnali positivi fatti pervenire dall’economia meridionale. Detto del Prodotto Interno Lordo, aumentano anche i consumi, gli svimez 2016investimenti ed il Pil pro capite. Sono particolarmente interessanti i dati regionali relativi proprio a quest’ultima variabile. Nel 2015 la regione più dinamica è stata la Basilicata, che ha visto una crescita del Pil pro capite del 5,9%. Quella più povera è invece la Calabria, il cui reddito pro capite è di 16.659 euro, seguono Puglia e Campania.
Rimangono abissali le differenze con le regioni più ricche. Il confronto con il Trentino Alto Adige, ad esempio, è impietoso, dal momento che il Pil pro capite di quest’ultimo è di 37.561 euro, circa 21mila euro in più di quello calabrese.

A trainare l’economia meridionale sono stati soprattutto due comparti: l’agricoltura ed il turismo. Il 2015 si è rivelato un anno particolarmente prolifico per il settore agricolo: il valore aggiunto è aumentato del 7,3% (+1,6% nel Centro-Nord), così come sono in crescita le esportazioni (+15,5% contro il +7,3% dell’Italia). Per quanto riguarda l’export, è doveroso però segnalare che la quota più alta delle vendite all’estero ha riguardato la Gran Bretagna, il che porta le aziende agricole meridionali a temere rilevanti variazioni del saldo commerciale in seguito alla Brexit.
L’agricoltura cresce anche in termini di occupazione: nel 2015 sono 19,6 mila unità in più gli occupati in questo settore, pari a 2,2%. Oltre 18 mila dei nuovi occupati si collocano al centro sud, che conferma il suo ruolo di preminenza con il 55% dei lavoratori nel settore primario.
Bene anche i servizi, con particolare riferimento al turismo, merito soprattutto dalle crisi geopolitiche dell’area del Nord Africa e della fine del ciclo di finanziamenti europei, che ha portato le regioni meridionali ad accelerare nei processi di spesa e di investimento.
Sono meno positivi, invece, i dati sull’andamento demografico e sul rischio di povertà. Nel 2015 i nuovi nati al Sud sono stati solo 170mila, ovvero il numero più basso dall’Unità d’Italia. Rimangono preoccupanti i numeri sulla povertà: secondo lo Svimez, infatti, 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord, con un rischio di povertà assoluta tre volte più forte rispetto al resto dell’Italia.