La chiamano open innovation, ovvero quel modello di business adottato da diverse imprese che decidono di aprire (“open”) ad altre realtà. Per competere al meglio sul mercato, non bastano le risorse interne, ma è necessario attingere alle competenze e ai servizi di startup, centri di ricerca ed università. 

La contaminazione tra società già affermate e piccole realtà che propongono soluzioni innovative deve essere il presupposto di un ecosistema imprenditoriale che startup-finanzavuole essere innovativo e dinamico. Ma oggi quante persone e quante aziende investono realmente nelle startup? Secondo il Primo Osservatorio sui modelli italiani di Open Innovation e di Corporate Venture Capital, promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, sono 34.963 le persone fisiche che possiedono una quota di partecipazione in una startup iscritta nel registro speciale della Camera di Commercio.
Le aziende che investono nelle startup sono invece 5.149, raccogliendo il loro capitale in 1.901 startup.

Chi decide di effettuare un investimento di questo tipo è spesso una realtà avviata, con un fatturato superiore a 50 milioni di euro. Il 60% degli investitori infatti è rappresentato dalle cosiddette large corporate; le PMI che possiedono quote societarie delle startup sono invece solo 400 e le micro-imprese sono 31.
Uno dei problemi più noti del mondo dell’innovazione italiana è la debolezza del venture capitalism, che presenta livelli di capitale di rischio irrisori, soprattutto se rapportati ai numeri di altri paesi come la Gran Bretagna.
Un rapporto proficuo di collaborazione e scambio di risorse e conoscenze tra le grandi aziende e le startup può essere, però, una via alternativa allo sviluppo dell’ecosistema innovativo. “Per le startup – ha dichiarato Marco Bicocchi Pichi, Presidente di Italia Startup – è infatti fondamentale l’accesso ai mercati e ai canali distributivi delle imprese medie e grandi e l’investimento nel capitale da parte di queste stesse imprese. I modelli operativi che emergono dallo studio possono aiutare ad accelerare la diffusione della conoscenza e l’adozione di modelli virtuosi di contaminazione tra le imprese, seguendo l’esempio delle più attive, anche in relazione alla grande opportunità di Industria 4.0″.
Lo studio rivela anche che la maggior parte delle large corporate decide di investire in startup che si occupano di R&D o di produzione di software e servizi informatici.
Un aspetto interessante della ricerca riguarda, infine, la distribuzione geografica degli investimenti. Il 59% dei soci corporate investe in startup che operano fuori dalla propria regione d’appartenenza. Questo vuol dire che molte delle risorse vengono drenate verso le realtà del Centro e del Sud, attivando così un processo di contaminazione di portata nazionale e non confinata solamente nei distretti industriali.