La crisi economica negli Stati Uniti d’America è giunta al termine. Lo dimostrano i dati sul tasso di disoccupazione, sui consumi, sui livelli di produzione e sul costo delle materie prime.
Il dollaro, inoltre, non è mai stato così forte nel rapporto con l’Euro. L’economia statunitense, dunque, è ripartita.

obamaLo dichiara senza mezzi termini anche Barack Obama. Il tempo delle lacrime e del sangue è finito, adesso bisogna intervenire per combattere povertà e disuguaglianza.
Questo è il messaggio di Obama nel suo penultimo discorso sullo Stato dell’Unione.
Non è un caso che all’interno di esso trovi poco spazio la politica estera, nonostante la lotta al terrorismo di stampo islamico sia arrivata ad un punto cruciale e le questioni aperte con Cuba e Russia non lascino dormire sogni tranquilli al presidente americano.
La scelta, però, è chiara: bisogna dare un segnale forte alla società americana, soprattutto al ceto medio che rappresenta il cuore pulsante dell’economia a stelle e strisce.
Molto valutano quest’azione come un escamotage di carattere politico e giunto alla fine di un doppio mandato per certi aspetti deludente sulle questioni di natura fiscale e sociale.
Obama decide di giocarsi il jolly e lo fa colpendo i più ricchi ed i grossi istituti finanziari. Lo fa in un momento di paralisi istituzionale, con un Congresso controllato dai Repubblicani ed una campagne elettorale imminente.

Aiuti alla famiglie, estensione dell’istruzione universitaria gratuita ai “community college” e altri interventi di natura sociale volti ad aiutare famiglie e ceto medio. Il tutto a discapito delle rendite finanziarie.
Una mossa al limite tra il populismo ed il riformismo sociale, ma quanto mai necessaria alla luce dell’impoverimento della classe media e del divario sempre più cospicuo tra i più ricchi ed il resto della popolazione mondiale.

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