Il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall’Osservatorio della cooperazione agricola italiana ci ha svelato punti di forza e di debolezza dell’agricoltura cooperativa italiana. 

Un settore che vale quasi 35 miliardi di euro (23% dell’intero fatturato dell’industria alimentare italiana) grazie all’apporto di comparti come quello delle carni professioni agricolturae dell’ortofrutta, ambiti che annoverano alcune delle maggiori cooperative italiani. L’aspetto più positivo dell’indagine realizzata da Nomisma riguarda il valore occupazionale generato dalle coop agricole. Dal 2013 al 2015, infatti, il numero di occupati è aumentato dello 0,4% mentre il numero medio di addetti è passato da 18,3 al 19.
La resilienza si conferma, dunque, una caratteristica essenziale del modello cooperativo, sia nel comparto agricolo che in altri settori come quello della cooperazione sociale.

Il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, Giorgio Mercuri, è intervenuto su Radio 1 commentando i risultati del rapporto. “Questo rapporto dimostra ancora una volta come la cooperazione agricola riesce a portare a casa quei risultati di cui il mondo agricolo ha sempre più bisogno“.
Risultati sia economici che sociali, quelli ottenuti dalle coop, come dimostrano i dati sul numero di imprese e soprattutto quelli sull’export: “Oggi abbiamo raggiunto i 6,6 miliardi di euro ed il 20% del nostro valore della produzione – dichiara con soddisfazione Mercuri – e questo avviene soprattutto perché riusciamo a dare garanzie di origine, puntiamo molto sui marchi di qualità europea“.

Non mancano, però, i problemi. Le criticità riguardano soprattutto le differenze territoriali tra Nord e Sud. Il 77% del fatturato della cooperazione agricola italiana, infatti, viene realizzato in Trentino, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Mercuri identifica nella dimensione aziendale la ragione principale del diverso rendimento delle coop agricole meridionali rispetto a quelle del Nord .
Al Sud, infatti, operano per lo più piccole cooperative che, specie in un momento di crisi, non riescono ad essere competitivi sui mercati internazionali. “Al Sud – conclude Mercuri – abbiamo oltre il 60% delle cooperative associate, sono piccolissime cooperative che probabilmente non riescono a dare quel valore aggiunto che il mondo agricolo si aspetta. C’è la necessità di fare un grosso lavoro di aggregazione e questo permetterà anche di aumentare il numero di associati agricoli alle nostre centrali cooperative“.