L’incubo è quello racchiuso nel rapporto Future of Jobs del World Economic Forum: cioè la scomparsa di oltre 5 milioni di posti di lavoro a causa del subentrare di nuove tecnologie e macchine con intelligenza artificiale. Forse proprio per questo dovremmo prepararci a nuovi lavori e a nuove forme di lavoro?

Una tendenza che David Deming, professore associato della Harvard University, ha evidenziato nei suoi studi che mettono in risalto come il lavoro oggi si stia spostando sempre più verso delle frontiere che prevedono un’alta propensione al sociale (relazioni e welfare) e alle scienze matematiche (informatica e ingegneria in testa), una tendenza avviata agli inizi degli anni ’80 e oggi sempre più veloce nella crescita. Un fenomeno, dunque, che è possibile studiare e prevedere e per cui vanno prese le “doverose” contromisure: cioè prevedere dei percorsi di studio nuovi e una politica della formazione che già da oggi indirizzi i giovani verso i lavori che in futuro esisteranno ancora, anzi aumenteranno per numero e competenze richieste.

workers-buyoutC’è dunque un bisogno globale di rimettere a fuoco quali siano gli obiettivi e il fine della scuola e delle università; analisi ancor più necessaria in Paesi come il nostro, dove da sempre l’artigianato e la manifattura hanno avuto un ruolo predominante sia a livello economico che occupazionale. Proprio per questo bisogna valutare bene come mettere a frutto “il genio italico” e il talento degli artigiani per sfruttare le nuove tecnologie e non esserne invece vittime inconsapevoli. C’è bisogno che le imprese siano riammodernate, che non abbiano paura dell’innovazione e che comprendono che un’azienda storica non è detto sia al contempo un’impresa “vecchia”, anzi molto spesso le imprese storiche nascono proprio da intuizioni innovative che hanno cambiato il processo produttivo o ne hanno sfruttato spazi ancora poco esplorati.

Dunque, l’Italia ha nel suo DNA questa capacità di adattarsi e di sfruttare al meglio l’innovazione tecnologica, c’è bisogno soltanto di valorizzare questa qualità, metterla a sistema e fare in modo che l’Industria 4.0 non sia solo uno slogan, ma un modello di visione del futuro sempre più prossimo, capace di dare risposte ai tanti giovani che oggi cercano opportunità di lavoro e di crescita, riscoprendo anche il valore del fattore umano che oggi in molti ambiti della formazione e della scuola è un valore marginale.