Cara di Mineo e Cona sono espressioni di un modello di accoglienza che rifiuta nei fatti la dignità umana. Le inchieste giudiziarie sugli appalti, le condizioni igienico sanitarie precarie nelle quali sono costretti a vivere i migranti, la scarsa professionalità degli operatori, le proteste degli ospiti e l’assenza di percorsi di inclusione personalizzati hanno rivelato il fallimento totale del sistema italiano dei centri di accoglienza per i richiedenti asilo. 

Ma c’è di più. All’interno dell’opinione pubblica, quando si parla di cooperative, la prima associazione mentale che viene effettuata è quella con tutti i Cara di Mineo ed i Cona di questo mondo. Le vicende giudiziarie sull’accoglienza dei migranti hanno coinvolto, infatti, tante cooperative e consorzi, gettando delle ombre pesanti tutto il mondo della cooperazione.
Viviamo in una società dove lo stereotipo e la disinformazione viaggiano se è possibile ancora più velocemente che in altre epoche storiche. Come sappiamo bene, la tecnologia ha reso potenzialmente virale qualsiasi contenuto d’impatto, indipendentemente dalla sua veridicità o universalità.
Lo scandalo Mafia Capitale si è inserito dentro un contesto di fiducia verso le istituzioni ai minimi storici, di rabbia per la corruzione dominante e di paura per l’aumento dei flussi migratori. Le vicende di Buzzi e Carminati non hanno fatto altro che acuire i timori e le percezioni dei cittadini, rafforzando il sentimento contro l’establishment e contro chi ha rapporti più o meno istituzionali con la politica: in questo caso le cooperative.

Accade così che le coop diventino una massa indistinta di organizzazioni che effettua attività di volontariato e che riceve – in maniera più o meno lecita – soldi pubblici attraverso gli appalti. Parti di verità diventano, dunque, affermazioni assolutiste e ben radicate nell’immaginario collettivo.

A differenza delle imprese tradizionali le cooperative godono di uno status giuridico e fiscale diverso. Agli occhi della “persona comune” sono spesso equiparate alle associazioni di volontariato, come se il fatto di dover ripartire gli utili con i soci le escluda de facto dall’essere considerate come un’impresa.
Accade così che le coop diventino una massa indistinta di organizzazioni che effettua attività di volontariato e che riceve – in maniera più o meno lecita – soldi pubblici attraverso gli appalti. Parti di verità diventano dunque affermazioni assolutiste e ben radicate nell’immaginario collettivo.
Se succede, quindi, che una cooperativa vinca un appalto in maniera irregolare, sfruttando le amicizie con il politico di turno e finanziando in maniera illecita quest’ultimo, allora tutte le cooperative, senza possibilità di distinzione alcuna, diventano il simbolo della corruzione italiana.

Guardate bene, le colpe all’interno del mondo della cooperazione sono enormi e risiedono principalmente nel fatto di non essersi dotati degli anticorpi giusti contro questi fenomeni di devianza. I controlli sono stati troppo blandi o in alcuni casi addirittura assenti, per questo motivo le organizzazioni di rappresentanza devono recitare un mea culpa.
Non a caso in questi mesi è in corso all’interno di Confcooperative, Legacoop e Agci un processo di riflessione e revisione interna che porterà alla formazione di una nuova e unica associazione di rappresentanza (Alleanza delle Cooperative italiane) e ha già portato ad una proposta di legge contro il fenomeno delle false cooperative.

Il pregiudizio e lo stereotipo, però, come sappiamo, sono difficili da sradicare. Molti, ad esempio, non sapranno che nel settembre 2016 Confcooperative aveva sospeso la cooperativa Ecofficina Edeco che gestisce il famigerato campo di Cona, in provincia di Venezia, e che è oggetto di diverse inchieste giudiziarie. Lo scorso 2 gennaio moriva all’interno della struttura Sandrine Bakayoko, ragazza ivoriana di 25 anni, ospite di Cona in attesa di conoscere la risposta alla sua richiesta di asilo.
Gli altri migranti presenti nel centro hanno denunciato i ritardi dei soccorsi, chiamati dagli operatori diverse ore dopo che Sandrine ha accusato il malore, provocando in maniera più o meno indiretta il decesso della ragazza. La morte di Sandrine Bakayoko ha scatenato la protesta dei migranti che per diverse ore hanno occupato il campo prima dell’intervento delle forze dell’ordine.
Il centro di Cona ospita quasi 1.500 migranti, ricalcando di fatto il “modello dei grandi numeri” del Cara di Mineo. La scelta di Confcooperative di sospendere la coop Ecofficina veniva prima di tutto dalla non-condivisione del modello di accoglienza portato avanti dalla cooperativa.

Nei mesi scorsi l’Alleanza delle Cooperative ha firmato con l’Anci ed il Ministero dell’Interno la Carta della Buona Accoglienza, un documento con il quale gli enti coinvolti si impegnano ad implementare un sistema di accoglienza basato sui piccoli numeri, su percorsi di inclusione personalizzati e sul miglioramento della professionalità degli operatori che gestiscono i centri. È ovvio che le cooperative non possano gestire da sole gli ospiti, ma necessitano di figure professionali adeguate, soprattutto dal punto di vista medico-sanitario. Agire con piccoli numeri di ospiti e potenziare percorsi di accoglienza che tengano conto delle esigenze diverse dei migranti è la soluzione ad un problema di civiltà e di ordine pubblico che affligge ormai da anni l’Italia. È quello che chiedono le cooperative, quelle vere.

Vi invitiamo a tal proposito a leggere questo pezzo di Roberto Baldo, presidente di Federsolidarietà Veneto, e di ascoltare il suo stesso intervento a Radio Uno.
Baldo spiega il rapporto tra Confcooperative e la coop Ecofficina e racconta alcune esperienze di accoglienza virtuose portate avanti da tante cooperative sociali, in Veneto come nel resto d’Italia. Parliamo, ad esempio, della cooperativa CSC Cadore che sta sviluppando un progetto di agricoltura sociale coinvolgendo i richiedenti asilo e le persone con disabilità nella coltura sperimentale del carciofo del Cadore (specialità che cresce solo in questa zona).
Le coop non sono, quindi, una massa indistinta. Presentano, come tutte le imprese, delle differenze enormi tra di loro, poiché operano in campi profondamente diversi e soprattutto sono gestite da persone con sensibilità, spirito imprenditoriale e senso etico per forza di cose differenti.
Sembra ovvio, ma la percezione collettiva racconta un’altra storia.