Le imprese sociali sono diventate una realtà di grande rilevanza nel sistema economico europeo. Vuoi per la crisi del modello capitalista o per l’aumento dei bisogni delle comunità, il non profit si candida a diventare un modello imprenditoriale di riferimento, soprattutto in determinati settori come quello del welfare del turismo sociale.

La Commissione europea ha pubblicato una ricerca condotta da Emes network ed Eurisce sull’impresa sociale in Francia, Italia, Spagna, Belgio, Irlanda, Polonia e Slovacchia, che analizza il contesto legale nel quale opera il cosiddetto Terzo settore in questi stati, le ragioni della sua ascesa negli anni post-crisi ed i possibili fattori inibitori.
reti-dimpresaÈ difficile quantificare il numero di imprese sociali in Europa, sia per problemi di rilevazione e di aggiornamento dei dati che per la continua evoluzione delle declinazioni giuridiche. La cooperazione sociale è solo uno dei tanti strumenti per avviare un’attività che persegue l’interesse generale: sono sempre di più gli ibridi organizzativi in grado di assicurare servizi e prodotti alla comunità e di essere al contempo competitivi sul mercato.
In Italia, secondo i dati Istat relativi al 2011, sono più di 94mila le imprese sociali e danno lavoro a oltre 500mila persone. Numeri di assoluto rilievo che sono destinati a crescere. La diffusione del non profit è elevata anche in Francia, dove nel 2013 venivano registrare 82mila organizzazioni.
L’indagine di Emes ed Eurisce divide il mondo dell’impresa sociale in due grandi gruppi in base alla sfera di competenza:

  • erogazione di servizi di interesse generale (salute, formazione, welfare, social housing);
  • integrazione lavorativa dei soggetti svantaggiati in ambiti come l’industria alimentare, l’agricoltura, il manifatturiero, le costruzioni.

Più volte in questa sede abbiamo sottolineato la grande capacità di resilienza da parte delle cooperative ed in generale del non profit. I dati di Emes ed Eurisce confermano questo assunto e lo estendono a tutti i paesi analizzati. In Italia, nel periodo compreso tra il 2008 ed il 2014, mentre le imprese tradizionali hanno perso più di 500mila posti di lavoro, le coop sociali hanno portato il numero dei propri dipendenti da 340mila a 407mila, con una crescita del 20.1%.
Stessa dinamica per Francia, Belgio e Polonia. In quest’ultimo caso, dal 2006 al 2014, il numero di lavoratori impiegati nel non profit è addirittura più che raddoppiato, passando da duemila addetti a 4.801.
Quanto, invece, alla composizione della forza lavoro, le imprese sociali possiedono per loro natura una maggiore capacità inclusiva. E di fatti al loro interno c’è una forte presenza femminile. In Belgio, ad esempio, la percentuale di donne impiegate nel Terzo Settore è addirittura del 70%.
In generale, sottolinea lo studio di Emes ed Eurisce, nonostante i salari siano in media più bassi del settore privato tradizionale e del pubblico, nelle imprese sociali è più alto il livello di soddisfazione dei lavoratori e ci sono minori diseguaglianze.
In chiave comparata l’indagine rileva infine alcune tendenze comuni ai paesi analizzati, ovvero la crescita dei bisogni di interesse generale, l’aumento del numero di imprese sociali, l’adozione di nuove regole per disciplinare l’attività del non profit (vedi riforma del Terzo settore in Italia) e la crescente richiesta dei cittadini di prodotti e servizi che abbiano un forte valore etico ed un ridotto impatto ambientale.
Tutti questi elementi porteranno inevitabilmente il non profit a diventare non più una realtà economica di secondo e terzo livello, ma un protagonista attivo del rinnovamento del sistema capitalista.