Intervista a Luca De biase – Il Sole 24 Ore

Lei prima parlava del rapporto quasi storico che c’è tra le grandi imprese italiane e lo sviluppo delle infrastrutture nel nostro paese, quale può essere da questo punto di vista un settore trainante dell’economia digitale italiana?

Adesso tutta la digitalizzazione, la modernizzazione, l’internet si sta concentrando dalla connessione tra le persone alla connessione tra le cose, le macchine, i sistemi produttivi, i sistemi di distribuzione, insomma l’allargamento e l’importanza di queste cose è evidente in tutto il dibattito collegato al concetto luca de biasedell’industria 4.0, internet delle cose, intelligenza artificiale, robotica. Questa è la frontiera in questo momento e su questa frontiera, al contrario di quello che succedeva nella precedente versione, quella consumer, quella nella quale prevalevano i device di connessione o le macchine delle telecomunicazioni, l’Italia è tra i protagonisti mondiali nella sua automazione industriale, nella robotica nella generazione dei  prodotti che possono essere arricchiti con sensori e altri oggetti intelligenti. Qui l’Italia deve e può dire la sua dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e certamente lo può fare con una mentalità e una cultura sua. La vostra televisione mi fa venire in mente un episodio, la robotica può essere pensata con una mentalità diciamo americana, finanziaria, per sostituire le persone con dei robot perché fa fare più profitto, oppure può essere pensata per migliorare la produttività delle persone che sanno fare le cose, infatti in una situazione nella quale parlavo in una cooperativa di queste cose, mi hanno detto, osservando rispetto a quello che avevo appena detto di questo tipo, cioè che ci sono i robot che sostituiscono gli umani e i robot che migliorano la vita degli umani: eh già gli americani fanno Robocop, noi facciamo RoboCoop!

la robotica può essere pensata con una mentalità diciamo americana, finanziaria, per sostituire le persone con dei robot perché fa fare più profitto, oppure può essere pensata per migliorare la produttività delle persone che sanno fare le cose

A proposito di cooperazione, uno dei settori emergenti  è la sharing economy, quale può essere il ruolo delle cooperative all’interno della sharing economy? E in generale c’è il rischio che delle vere e proprie multinazionali come Uber facciano un po’ implodere tutto il sistema dell’economia collaborativa?

La sharing economy è diversa dalla on-demad economy. Nello sviluppo che in tutti e due i casi è basato sulla capacità di dare senso alla tecnologia, nel caso della “uberizzazione” o della on-demand economy la piattaforma si sviluppa fondamentalmente  a suon di finanziamento e di capitale e cerca di conquistare quote di mercato a una piattaforma che organizza la relazione tra domanda e offerta con degli algoritmi che controlla la piattaforma. Per cui sappiamo, per esempio , che non è un sistema di mercato per cui se c’è più domanda in un posto della città le macchine vengono immediatamente mandate verso quella zona della città ma, anzi, la piattaforma di Uber, è stato provato da una nota ricerca, fondamentalmente cerca di rallentare questo processo per mantenere alto il costo delle corse nella zona dove c’è molta domanda e solo dopo un certo tempo fa scorrere l’informazione che c’è molta domanda anche a zone diverse della città. Insomma gestisce la relazione in modo tale che avvantaggi la piattaforma. Nel caso della sharing economy,  gli investimenti in capitale che devono essere fatti per l’innovazione sociale sono ripagati con una forma e con regole che consentono al vantaggio economico per la piattaforma di investire sul suo miglioramento in modo cooperativo. Il profitto non va a ripagare questo grande capitale finanziario che è stato utilizzato per creare la piattaforma ma per costruire lentamente, o velocemente, l’innovazione tecnologica che c’è dietro, quindi sono due modelli diversi.

Un’ultima domanda: si parla tanto ultimamente di storytelling digitale come si può distinguere una narrazione autentica da una mera celebrazione che alla fine porta poco al nostro paese?

È il compito di tutti noi, il compito critico che deve essere portato avanti, il fatto di subire una manipolazione, che sia lo storytelling digitale o che sia qualunque altro genere di storytelling, che è fondamentalmente una grande tecnica di manipolazione delle coscienze, richiede un senso critico e una rivalutazione delle regole con le quali si valuta la qualità delle informazioni: il fatto che sia documentata , verificata, indipendente, completa, leale nei confronti del pubblico, trasparente. Tutto questo è un insieme di valori da apprezzare, riconoscere, far conoscere di più perché la visione critica delle cose possa prevalere sulla visione manipolatoria.

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