L’Indice di Sviluppo Umano è un indicatore calcolato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano (Undp), che misura la qualità della vita in base a fattori come la speranza di vita, il livello di istruzione, il pil pro capite e le diseguaglianze sociali, di genere e geografiche.

È stato ideato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e dall’economista indiano Amartya Sen. L’Onu ha pil italiadeciso di utilizzarlo per valutare la qualità della vita delle nazioni, prendendo così in considerazione indicatori che esulano dal mero aspetto economico.
Ad ogni paese viene assegnato un punteggio da 0 ad 1, dove 1 rappresenta il punteggio massimo.
Al primo posto della classifica troviamo la Norvegia con 0,94, seguita da Australia, Svizzera, Danimarca e Paesi Bassi.
Il paese scandinavo presenta soprattutto il valore più alto di Pil pro capite grazie ai 64.992 euro lordi, un risultato che gli consente di primeggiare su tutti gli altri.
L’Italia si trova al ventiseiesimo posto della graduatoria, con un Pil pro capite che è circa la metà di quello della Norvegia (33.030). Il nostro paese, invece, si trova in prima posizione per quanto riguarda la speranza di vita (83,10 anni).

L’aspetto principale dell’edizione 2015 dell’Indice di Sviluppo Umano è il lavoro. Come evidenziato dallo studio, sono diminuite le persone che versano in condizioni di povertà, se consideriamo che negli ultimi 25 anni due miliardi di individui sono usciti dalla condizione di “estrema povertà“; sono aumentate, però, le diseguaglianze di genere e geografiche.
Le donne vivono quotidianamente forme di discriminazione sul luogo di lavoro che sono testimoniate in maniera profonda dai livelli di retribuzione. Nonostante svolgano il 52% degli impieghi globali, tre ore su quattro di lavoro non retribuito è svolto da donne.
Quando invece la loro attività viene retribuita lo stipendio medio globale è del 24% inferiore rispetto a quello percepito dagli uomini, mentre in Europa la differenza è del 16%.
L’Italia, da questo punto di vista, può vantare una maggiore uguaglianza di genere: la differenza salariale media tra uomini e donne è del 7,30%, quindi siamo ben al di sotto della media europea.