Salari bassi per i neoassuntiCome se non bastasse già la crisi a metterci del suo, ed anche in modo rilevante, un nuovo problema si affaccia per quanti un posto di lavoro lo hanno ed, in particolare, se trattasi di giovani neo assunti: stipendi e salari sono sempre più bassi.

Imputare però solo alla crisi questo fenomeno non è corretto. Altri fattori, non di poco conto, contribuiscono a far sì che quanto percepito non basti più ad arrivare a fine mese, pur contenendo ogni “eccesso” e limitandosi alle spese essenziali: alto costo (leggi, tasse) del lavoro; contratti atipici a iosa; imprenditori antichi ancorati a vecchie idee e poco disponibili ad un confronto con il mondo giovanile; l’inflazione; l’anzianità di servizio che produce costi in ascesa (contrariamente a quanto accade in altri paesi d’Europa). Fattori tutti che, per cause diverse, stanno determinando una contrazione degli emolumenti.

E sono proprio i giovani a farne maggiormente le spese: le indagini ci dicono che in tre anni le retribuzioni dei neolaureati sono calate di oltre il 10% non consentendo loro, nonostante la conquistata “autonomia” economica, quel distacco dalla famiglia e costringendoli ancora ad una “dipendenza” che arriva anche fino a trent’anni (se non qualche tempo in più!). Una percentuale, quella indicata, che diventa maggiore se i laureati sono in possesso di un titolo specialistico (13%): a conti fatti una retribuzione media che si attesta tra i 700 e i 1000 euro.

Su questi dati incidono notevolmente i contratti di lavoro: i giovani anziché venire assunti come dipendenti subordinati vengono inquadrati come “autonomi”: co.co.co., co.co.pro. collaborazioni a partita iva (di cui la ben nota “caccia”, dell’attuale governo, alle partite iva nascoste tra le pieghe aziendali), sganciati dai contratti nazionali, “dispensando” così i datori di lavoro dall’erogazione di salari e stipendi adeguati alla mansione ricoperta: più bassi, senza tredicesima (figuriamoci poi la quattordicesima), senza trattamento di fine rapporto.

Se aggiungiamo a ciò il ritardo con il quale avviene il rinnovo contrattuale dei lavoratori dipendenti (l’Istat parla di un’attesa media di 27 mesi) e quella fastidiosa “sotto-cultura” che vuole, in particolare i piccoli imprenditori – generalmente poco scolarizzati – non circondarsi di laureati temendo, piuttosto che valorizzare, di portarsi in casa un potenziale concorrente, il quadro nel quale leggere la contrazione salariale risulta essere, più o meno, delineato.

La sfida è su più fronti: incentivare forme di lavoro stabili ma, soprattutto, promuovere, attuare e verificare il porre in essere contratti trasparenti riconducibili a poche tipologie; combattere il fenomeno del lavoro in nero; ridurre la tassazione sui costi del lavoro; favorire un percorso scolastico che orienti al mondo del lavoro “reale”; sostenere retribuzioni che premino il merito.

E probabilmente altro ancora.