L’Italia fatica a crescere e quando lo fa non riesce ad includere la fasce più deboli della popolazione. Non a caso il nostro Paese si trova addirittura al 27° posto nella classifica sull'”Inclusive Development Index” nei 30 paesi più industrializzati, elaborata dal World Economic Forum.

Negli ultimi giorni si parla tanto della crescita delle povertà e delle disuguaglianze, sia in Italia che su scala globale. Il Governo darà il via libera nei prossimi giorni al Reddito di Inclusione sociale, uno strumento di assistenza per i più poveri con l’obiettivo di contrastare la povertà ed aumentare il livello di inclusione di chi sta ai margini della società.
La classifica del WEF è solo l’ennesima dimostrazione di come l’Italia abbia trascurato i problemi legati alla crescita inclusiva, sottovalutando le conseguenze della crisi sulla classe media. Uno degli effetti della recessione è stato proprio l’allargamento della fascia di persone a rischio povertà assoluta.
Oggi i nuovi poveri sono i giovani e chi ha un lavoro ma non percepisce una retribuzione adeguata per poter beneficare dei servizi medici o per acquistare beni essenziali come quelli alimentari.

istruzione-italiaMa quali sono gli aspetti che condannano l’Italia nelle retrovie della graduatoria sull’Inclusive Development Index? Sono cinque, nello specifico, gli indicatori per i quali l’Italia fa registrare il secondo peggiore risultato tra gli stati analizzati: infrastrutture digitali, inclusione finanziaria, occupazione produttiva, etica della politica e delle imprese e proprietà di case e asset finanziari.
Preoccupa, però, anche la situazione di scuola e sanità. L’Italia, infatti, è solo 28esima per qualità dell’istruzione e per i servizi e le infrastrutture sanitarie.
Ritornano, dunque, i soliti problemi strutturali del nostro Paese, ovvero la qualità dei servizi e la diffusione su tutto il territorio delle infrastrutture, non solo quelle legate ai trasporti ma anche quelle digitali.
Secondo il rapporto vanno innanzitutto rivisti gli indicatori per misurare la crescita: da questo punto di vista sarebbe molto utile inserire degli strumenti che misurino l’impatto sociale dell’azione imprenditoriale.
L’Italia fa meglio, invece, per quanto riguarda il livello delle retribuzioni (nono posto), l’accesso all’istruzione (14°) e le disposizioni fiscali (19°).
Ai primi posti della graduatoria troviamo la Norvegia, davanti a Lussemburgo, Svizzera, Islanda, Danimarca e Svezia.