Il 50° Rapporto Censis racconta un’Italia lacerata, divisa in due tra giovani sempre più poveri e sempre più digitali e gli over 50 più ricchi rispetto a qualche anno fa e più propensi a risparmiare piuttosto che ad investire. 

Sono diversi gli aspetti interessanti della ricerca sulla situazione sociale dell’Italia nel 2016. Quello che ha colpito le cronache dei principali organi di informazione riguarda proprio la situazione dei giovani. I dati diffusi nei giorni scorsi dall’Istat sulla disoccupazione giovanile, arrivata nel mese di ottobre ai minimi dal 2012, possono trarre in inganno sulle effettive difficoltà dei millennials.
Secondo il Censisrispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%”. Ma l’elemento più preoccupante riguarda il confronto con gli anni precedenti. Il Censis prende come anno di riferimento il 1991 per reti-dimpresaevidenziare come nello stesso periodo di tempo la ricchezza dei millennials si è ridotta del 4,3% mentre per gli anziani è aumentata dell’84,7%.

Accade dunque che i giovani siano più poveri dei nonni: sembra una situazione paradossale, ma è la conseguenza di un’occupazione a bassa produttività e a basso reddito.
Le diseguaglianze non sono solo inter-generazionali ma riguardano anche le classi sociali. Il rapporto Censis conferma infatti l’allargamento della forbice tra i ceti sociali più agiati e quelli più poveri. Si riduce, ad esempio, il peso economico delle figure intermedie esecutive, come il ceto impiegatizio (-5,1%), e la componente operaia, degli artigiani e degli agricoltori (-14,2%).

Ne viene fuori, dunque, un quadro abbastanza preoccupante, aggravato dalla scarsa fiducia nei confronti di alcuni storici riferimenti ideologici e nello specifico verso i soggetti intermedi tradizionali. Impressiona, ad esempio, la fiducia pressoché inesistente che ripongono i cittadini verso le banche (1,5%), i partiti politici (1,6%) ed i sindacati (6,6%).
Non va molto meglio il mondo delle cooperative, dal momento che solo l’8,9% dei soggetti intervistati dichiara di avere fiducia verso le coop. Una percentuale che sale di qualche punto tra i più giovani, ma che rimane comunque su livelli estremamente bassi e che racconta perfettamente il sentiment dell’opinione pubblica soprattutto dopo lo scandalo Mafia Capitale.

Ma ci sono dei dati che possono lasciare qualche speranza, specie per il mondo dell’impresa sociale? Riteniamo di sì. Uno di questi riguarda la propensione al dono da parte degli italiani. Negli ultimi anni, raccolta il Censis, sono aumentate in maniera esponenziale le risorse raccolte dalle associazioni e gli enti non profit.
Tra il 2007 e il 2015 Save the Children Italia, ad esempio, è passata da 15,2 a 80,4 milioni di euro (+428,9%), con il numero di sottoscrittori aumentato da 137.328 a 408.500 (+197,5%), Emergency da 23,3 a 51,9 milioni (+123,3%), Medici senza frontiere da 35,9 a 52,3 milioni (+45,9%).
Il dono, dunque, sta diventando un metodo di redistribuzione delle risorse che può aiutare l’economia ad avere una valenza sempre più sociale.

Le notizie positive vengono anche dal Made in Italy, ovvero quel tipo di industria che il Censis definisce come “il bello ed il ben fatto” e che riguarda sia le produzioni fortemente brandizzate, come la moda e l’agroalimentare, che le piccole produzioni universalmente riconosciute come di alta qualità.
Nel 2015 il saldo commerciale del Made in Italy ha raggiunto quota 98,6 miliardi di euro, mentre l’export dell’industria alimentare ha fatto registrare variazioni percentuali più che doppie rispetto all’export complessivo: +83,9% in termini nominali nell’ultimo decennio rispetto al +37,5%.
Secondo il Censis, infine, le imprese agiscono sempre di più seguendo le logiche di filiera e dando maggiore importanza al territorio. Dinamiche, queste ultime, che aprono la strada al mondo cooperativo e a quelle forme di impresa che lavorano per raggiungere il profitto sociale.