Consumi mai così in bassoLo avevamo detto già scritto un paio di mesi fa (Consumi al dettaglio: tutti con il segno meno) e, non per esser profeti di sventura, fin troppo semplice visto l’andazzo, quello che pensavamo accadesse è accaduto.

Sul fronte consumi, non che per altri settori dell’economia le cose vadano meglio, i dati sono sempre più negativi. Mai così bassi, rileva Confcommercio, dal 1946: praticamente dall’immediato dopoguerra quando, allora sì, alle prese con i postumi della grande guerra e la ricostruzione fisica del Paese, la fame serpeggiava da nord a sud.

Una riduzione della spesa procapite da record, oltre il -3%, quello proiettato in questo 2012, che diventa del 6,5% rapportato tra il terzo trimestre del 2007 e quello di quest’anno. Un dato, il primo, che per Federconsumatori e Adusbef è possibile raggiunga il 5%. Per il Codacons i consumi per prodotti della tavola sono tornati indietro di 33 anni. Anche Coldiretti e Cia evidenziano la crisi dei consumi per i prodotti dell’agricoltura.

Fatta eccezione per i settori della telefonia e dell’informatica e i soli discount (con qualche eccezione per i supermercati), che tengono i livelli di fatturato del 2011, per tutti gli altri comparti è crisi nera.

Le ripercussioni sulle attività commerciali, i piccoli negozi al dettaglio specialmente, con chiusure che confermano lo stato di difficoltà per mobili e arredamento su tutti dell’1,3% con punte del 2% al Sud e nel Nord-Est.

Più in generale, Molise (-1,9%), Friuli Venezia Giulia (-1,1%) e Liguria (-0,9%), sono le regioni che, nel complesso, registrano le maggiori “perdite” di esercizi, mentre si sviluppano al Centro e al Sud nuovi supermercati e ipermercati e centri commerciali nel Nord. Un dato quest’ultimo che sta radicalmente cambiando le abitudini dei consumatori producendo una forte contrazione delle piccole attività commerciali, quelle presenti nei centri storici ad esempio, che non resistono più, fuori anche da ogni logica di un buon servizio o di prodotti di nicchia, alle continue offerte provenienti dalla grande distribuzione. Un segnale ancora della crisi generalizzata delle famiglie italiane.

Ai dati di Confcommercio, fanno eco quelli dell’Istat relativi all’allarme retribuzioni.

Gli stessi si attestano ad una crescita annua attorno all’1,6%: insufficiente per far fronte all’inflazione (che cresce quasi del doppio) ed ai maggiori costi per servizi e utenze varie, senza dimenticare gli aumenti di carburanti e di più di un prodotto alimentare, nonostante le continue promozioni.

Se a ciò aggiungiamo i contratti scaduti o quelli di prossima scadenza non si può che temere il  peggio che, si sa, non conosce limiti.