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Charlie Hebdo: un colpo al cuore della Rivoluzione francese

Dalla Bastille Saint-Antoine al numero 10 di rue Nicolas-Appert. La Francia si guarda allo specchio e ritrova sè stessa. Un paese ricco di valori e di lacerazioni, espressione delle libertà e delle sue contraddizioni.
Una Francia vittima e sposa della sua identità nazionale.
Dal quel 14 luglio del 1789 a questo tragico 7 gennaio 2015, i francesi hanno scoperto il valore dei diritti e oggi, nel giorno del dolore, innalzano la bandiera della libertà.
Il laicismo, in quanto tale, non è un dogma. È un credo razionale, rappresenta la forma moderna della religione illuminista. Charlie Hebdo era questo e tanto altro. E lo sarà ancora, nonostante gli attacchi al cuore, al cervello alla creatività di una realtà editoriale controversa, ma libera.

le parisienSono le 11:30 del 7 gennaio 2014, quando due terroristi armati di kalashnikov fanno irruzione all’interno della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.
Inizialmente sbagliano numero civico, poi riescono ad arrivare al secondo piano del numero 10 di rue Nicolas Appert.
In quel momento si sta svolgendo la riunione di redazione. Sono presenti le principali firme dal settimanale: dal direttore Stéphane Charbonnier detto Charb, allo storico vignettista Wolinski, Tignous, Cabu.
I terroristi li invitano singolarmente a dire il proprio nome e poi li freddano al grido di “Allah Akbar!” “Allah è il più grande”.

Il profeta di Allah, Maometto, è l’oggetto principale delle vignette satiriche di Charlie Hebdo: lui, come altre figure di carattere religioso, di un giornale che fa del laicismo il proprio vessillo.
La rappresentazione irriverente del profeta è considerata un’operazione blasfema per la religione islamica. Vi è il divieto assoluto di raffiguare Allah e Maometto.
Una tradizione musulmana tramandata di generazione in generazione ed assunta a motivo di odio, da chi di odio si nutre quotidianamente.
Gli attentatori si professano di Al Qaeda, quell’organizzazione terrorista che nulla ha a che vedere col messaggio di pace dell’Islam e che rischia di gettare il mondo in una guerra civile, politica e religiosa perenne.

Sono dodici le vittime, tra giornalisti, inservienti e poliziotti. Una strage che ha pochi eguali nella storia dell’Europa e della Francia. Molti l’hanno definito l’11 settembre europeo, le definizioni, però, come le parole, lasciano il tempo che trovano. I giornalisti di Charlie Hebdo conoscevano i rischi del proprio operato. Già nel 2011, una bomba molotov aveva distrutto la precedente sede. Le minacce terroristiche continuavano a rimanere latenti.
Certo, mai si sarebbero aspettati un attacco di una simile portata. Due uomini addestrati al male e alla morte, soldati di una guerra inesistente e persa in partenza.

La libertà di stampa ed il laicismo sono stati feriti gravemente, ma rimarranno in piedi. Charlie Hebdo è una delle espressioni più estreme e discutibili di questi due valori. Ma proprio la sua carica provocatoria connota la stampa della sua dimensione essenziale: la libertà.
Dalla Bastille Saint-Antoine al numero 10 di rue Nicolas Appert, il suo cammino di verità proseguirà spedito.

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